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Una terapia cellulare efficace contro la leucemia cronica
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Linfociti T ingegnerizzati per dare la caccia ai linfociti B colpiti dalla leucemia linfatica cronica possono portare alla remissione completa o parziale di questo tumore del sangue. E' quanto emerge da un nuovo studio su 14 pazienti che dimostra le potenzialità della terapia cellulare personalizzata




Linfociti T ingegnerizzati per dare la caccia ai linfociti B colpiti dalla leucemia linfatica cronica possono portare alla remissione completa o parziale di questo tumore del sangue. E' quanto emerge da un nuovo studio su 14 pazienti che dimostra le potenzialità della terapia cellulare personalizzata(red)

La sigla CT019 non dice nulla alla maggior parte delle persone: è una delle tante che si usano per denominare gli studi clinici. Eppure tra qualche tempo potrebbe essere ricordata perché associata a una pietra miliare dell'oncologia: il successo della prima terapia cellulare personalizzata per la leucemia linfatica cronica, ottenuto su otto dei 14 pazienti coinvolti.

Lo studio, descritto sulla rivista “Science Translational Medicine” da un gruppo di ricercatori medici dell'Università della Pennsylvania guidati da Carl H. June, è iniziato nell'estate del 2010 arruolando 14 soggetti che non avevano risposto alle terapie attualmente approvate negli Stati Uniti per quella malattia e che non erano candidabili al trapianto di midollo.


La terapia cellulare del protocollo CTL019 è iniziata, grazie a una procedura simile alla dialisi, con la raccolta di linfociti T, che fanno parte del sistema immunitario. Queste cellule sono state successivamente riprogrammate in laboratorio perché fossero in grado di “dare la caccia” alle cellule tumorali in circolo nell'organismo dei pazienti: una capacità così specifica viene conferita ai linfociti T da uno speciale recettore, denominato recettore chimerico per l'antigene, progettato per avere come bersaglio la proteina CD19, posta sulla superficie dei linfociti B, le cellule colpite da leucemia linfatica cronica.

Dopo aver fortemente ridotto, grazie alla somministrazione di un farmaco chemioterapico, il numero dei linfociti T naturali rimasti nell'organismo, i linfociti T riprogrammati sono stati reinfusi nei pazienti.

Al termine del periodo di osservazione, quattro dei 14 pazienti, pari al 29 per cento, hanno ottenuto la completa remissione della malattia: uno è deceduto 21 mesi dopo la terapia per un'infezione, mentre gli altri sono sopravvissuti senza segni di leucemia a 28, 52 e 53 mesi dall'infusione. Altri quattro pazienti hanno ottenuto una remissione parziale, con una risposta positiva per sette mesi in media: due sono deceduti per il progredire della leucemia e uno per un'embolia polmonare, mentre un ultimo paziente è rimasto vivo per 36 mesi dopo la terapia. Sei pazienti, infine, pari al 43 per cento del campione, non hanno risposto alla terapia, che è progredita entro un intervallo di tempo variabile tra uno e nove mesi: due di questi pazienti sono deceduti e gli altri quattro sono passati ad altri tipi di trattamento.

“Un dato estremamente importante emerso dallo studio è che nell'organismo dei pazienti che hanno raggiunto una remissione completa le cellule modificate sono rimaste per anni dopo l'infusione, senza alcun segno di cellule B normali o cancerose”, ha sottolineato June. “Ciò dimostra che almeno alcune delle cellule CTL019 mantengono la loro capacità di dare la caccia alle cellule cancerose per un lungo periodo di tempo”.